Lilly Ledbetter e la parità salariale
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Direttore: Franco Ferraro

Le protagoniste: Lilly Ledbetter e la parità salariale

Lilly Ledbetter con camicia bianca e maglia nera

Il 5 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema legislativo che, entro il 7 giugno, dovrà recepire il dettato della direttiva europea sulla parità salariale.

Le novità sono apprezzabili e significative ma arrivano quasi 20 anni dopo la prima legge federale americana.

Lilly Ledbetter non era nata per diventare un simbolo nazionale, eppure il suo nome è finito nei libri di diritto, nelle aule del Congresso e inciso su una legge federale americana. La sua battaglia contro la discriminazione salariale culminò nel caso “Ledbetter v. Goodyear Tire & Rubber Co.” e portò all’approvazione del Lilly Ledbetter Fair Pay Act del 2009, una delle norme più significative in materia di equità retributiva negli Stati Uniti.

Nata in Alabama da una famiglia di modeste condizioni – il padre lavorava come meccanico -, Lilly si diplomò nel 1956 alla Jacksonville High School. Dopo il diploma sposò Charles Ledbetter, con cui ebbe due figli e il matrimonio durò fino alla morte del marito, nel dicembre 2008.

Prima di diventare il volto pubblico di una battaglia giuridica destinata a segnare un’epoca, Ledbetter lavorò alla Jacksonville State University come vice direttrice dell’ufficio per gli aiuti finanziari. Nel 1979 fu assunta dalla Goodyear come supervisore nello stabilimento di Gadsden, Alabama. Era un ambiente a fortissima predominanza maschile. Con il tempo divenne area manager, una posizione quasi esclusivamente occupata da uomini.

La lettera rivelatrice

Per anni Lilly non sospettò nulla. Solo dopo diciannove anni di servizio, ormai prossima alla pensione, ricevette una lettera anonima che conteneva una rivelazione sconvolgente: guadagnava migliaia di dollari in meno all’anno rispetto ai colleghi uomini che svolgevano la stessa mansione. Se i suoi aumenti fossero stati in linea con quelli dei colleghi maschi, nel corso della carriera avrebbe percepito oltre 200.000 dollari in più!

Alla fine del 1997, quando era l’unica donna area manager nello stabilimento, la disparità era evidente: Ledbetter guadagnava 3.727 dollari al mese: il collega uomo meno pagato ne percepiva 4.286, il più pagato 5.236. Non si trattava di un episodio isolato, ma dell’effetto cumulativo di decisioni salariali che, anno dopo anno, avevano ampliato la differenza.

Ledbetter non stette in silenzio e citò in giudizio la Goodyear per discriminazione di genere. Il caso arrivò fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti che, nel 2007, si pronunciò contro di lei: secondo la maggioranza, Lilli avrebbe dovuto presentare ricorso entro 180 giorni dall’adozione della decisione salariale iniziale ritenuta discriminatoria, non dal momento in cui aveva ricevuto le successive buste paga.

La Corte non affrontò il tema della “scoperta tardiva” della discriminazione, affermando che non sarebbe stato determinante, ma nel suo memorabile parere dissenziente, la celebre giudice Ruth Bader Ginsburg criticò duramente la decisione, osservando come la discriminazione salariale emerga spesso solo nel tempo, accumulandosi silenziosamente nelle retribuzioni e rendendo di fatto impossibile una reazione tempestiva.

L’approvazione del Lilly Ledbetter Fair Pay Act

La sentenza suscitò un’enorme reazione politica e sociale. Due anni dopo, il 111º Congresso intervenne approvando ilLilly Ledbetter Fair Pay Act“ del 2009. La legge stabilì che il termine di 180 giorni per presentare una causa per discriminazione salariale si rinnova ogni volta che il lavoratore riceve una busta paga che riflette la discriminazione. In questo modo, veniva superata l’interpretazione restrittiva adottata dalla Corte nel caso Ledbetter.

Lilly Ledbetter con camicia bianca e maglia nera
Lilly Ledbetter contro Goodyear – newsmondo.it

Il provvedimento fu il primo atto legislativo ufficiale firmato dal presidente Barack Obama nel 2009, a testimonianza del valore simbolico e politico della riforma. Entro il 2011 già 350 cause avevano fatto riferimento alla “legge Ledbetter”. Ruth Bader Ginsburg conservò nel suo ufficio una copia incorniciata della legge, segno di una battaglia che aveva travalicato il singolo caso.

Nonostante la vittoria legislativa, Ledbetter non ricevette alcun risarcimento dalla Goodyear. Eppure il suo nome divenne sinonimo di resistenza civile. Nel 2011 fu inserita nella National Women’s Hall of Fame e continuò per anni a intervenire pubblicamente sul tema dell’uguaglianza retributiva.

Lilly Ledbetter morì il 12 ottobre 2024. Non ottenne giustizia economica per sé ma contribuì a modificare in modo duraturo il quadro normativo federale. La sua vicenda ha ricordato che la parità retributiva non è solo un principio astratto, bensì una condizione concreta di dignità e di uguaglianza sostanziale. E che il tempo, nella lotta contro le discriminazioni salariali, non può diventare uno strumento per consolidarle.

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ultimo aggiornamento: 20 Febbraio 2026 17:22

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